martedì 18 giugno 2013

Recensito In attesa della primavera

Da PIOMBINO OGGI - giugno 2013

Tornare a Cuba

di Wendy Guerra

«Ciao, sono all’aeroporto, sono arrivata ma mi stanno per pesare e forse aprire le valigie. Mi potete aspettare con calma per favore? Qui va per le lunghe e devo spegnere il cellulare.»

È l’attacco inequivocabile dei rientri a Cuba. Sembrava che tutto fosse cambiato, ad alcune persone nemmeno le pesano, invece no, questo mese, entrando all’Avana, è successo a tre dei miei colleghi.

Anche se arrivi entusiasta, con la voglia di creare, pazzo per la gioia di ritrovare Cuba, vieni subito disarmato nel ‘raccontami vita, morte e miracoli’ dell’aeroporto. È la dogana, il luogo in cui gli impiegati dimenticano di essere cubani come te, con le stesse mancanze, con il bisogno di importare i beni di prima necessità che a Cuba non si trovano. Queste persone eseguono degli ordini, ma con un atteggiamento distante, vuoto; sembrano stranieri intenti a domandarci perché portiamo quel che portiamo nel paese in cui siamo cresciuti insieme carichi di necessità oggettive.

Che cosa direbbe Rousseau il Doganiere che, essendo lui stesso un artista straordinario, ebbe un posto come ispettore delle merci di frontiera a Parigi (da cui il suo soprannome douanier), e nella sua valigia fece entrare in quegli anni tanta pittura da dare una mano a completare la tavolozza a tutta la sua generazione, quella che ne poteva comprare ben poca da impiegare nei quadri che sono oggi gioielli universali.

Che cosa ho portato? Un enorme catalogo generale del Museo d’Orsay, un altro sull’impressionismo astratto, quello con la retrospettiva dell’opera di Inés Tolentino che lei mi ha regalato. La poesia completa di José Triana (con dedica dell’autore de La noche de los asesinos), un grosso dizionario francese-spagnolo. Ho portato creme, profumi e spezie, incensi, una lampada a olio per scacciare le zanzare quest’estate. Ho portato medicine per lo stomaco, per l’influenza, le allergie, i dolori, la nausea; molti medicinali per ripartire e sopportare l’estate lontano da Parigi, varietà di tè, olio d’oliva, una bottiglia di vino rosso, taccuini per gli appunti, i miei dolci preferiti e colorati de La Durée (casa fondata nel 1862); matite, penne, scarpe e vestiti, costumi da bagno, una cartuccia di inchiostro per la mia vecchia stampante, biancheria intima, indumenti pesanti, un piccolo paiolo, una caffettiera nuova, guarnizioni per il mio frigorifero, libri di diversi autori della mia generazione, quelli che qui non trovo e che si prestano all’infinito. Ho portato un cestino per il cucito, una borsa dell’acqua calda, l’apparecchio per misurare la pressione e alcuni quaderni a righe. Due disegni che ho comprato a un giovanissimo pittore di strada che disegnava ricurvo a 13 Rue du Four. Due dischi di magnifiche versioni delle Sonate di Scarlatti. Smacchiatori, lucido da scarpe neutro e alcune goccette per disinfettare l’acqua. Fortuna che non ho portato l’originale di William Navarrete, lui ha insistito e aveva ragione, ora l’avrebbero letto domandandosi perché un collega porta l’originale dell’altro. Il mio asciugacapelli, il mio shampoo. Questi sono gli oggetti che raccontano le vicissitudini della mia quotidianità, la stessa necessità collettiva di avere e offrire tutto ciò di cui c’è bisogno agli amici, oggetti che viaggiano ancorati al fondo della valigia per prolungare il confortante tempo della creatività su quest’isola che amo e difendo come poche cose nella mia vita, quest’isola che tratteggio a bordo dell’aereo, idilliaco pezzo di terra che di colpo mi viene strappato dalla confisca della frontiera. La colpa è di tutti quando non c’è niente e tu ti lasci privare di ciò che hai portato, è un problema di tutti ma, quando aprono la tua valigia, i doganieri si comportano come fossero degli svedesi sbigottiti.

«Che cosa portano gli artisti? Ma che si credono questi artisti? Chi pensano di essere per portarsi tutte queste cose? Perché non si cercano uno specialista che li capisca, che sappiano perché portano funi, parole stampate, indumenti pesanti, colori e compresse per combattere la nevrosi che crea ogni cosa, questa crisi che ti attende al tuo arrivo, qualcuno che ci capisca qualcosa di questi strumenti e di questi aggeggi per creare che nemmeno loro conoscono.»

Guardo le valige, mi fermo, di certo alcune di queste cose ci sono anche qui o a un certo punto si potranno procurare, ma la mia ossessione di non restare senza qualcosa di indispensabile mi fa portare tutto. Ho pagato un supplemento per il peso e qui lo dovrò ripagare.

«Non hai portato elettrodomestici o un DVD, un disco rigido, un cellulare da vendere?»

Non ho portato altro che quello che mi permette di rimanere qui e ora, a creare, a cercare il prossimo motivo per non andarmene da un luogo in cui faccio tutto il possibile per sentirmi bene.

Questo è il paese ideale per lavorare, qui il tempo ha altre caratteristiche, un altro peso, il clima e la luce ti stimolano a concepire idee incredibili. È importante che le cose si rimettano al loro posto.

Nella valigia di Cuba c’è tutta la mia vita. Chiudete tutto e lasciatemi passare che qui dentro viaggia la mia anima.

Traduzione di Silvia Bertoli

venerdì 7 giugno 2013

Una melodía sin ton ni son bajo la lluvia

Da Una melodía sin ton ni son bajo la lluvia (Una melodia senza tono né suono sotto la pioggia)
di Félix Luis Viera
(Premio David di Poesía 1976)


La patria è un'arancia, edito da Il Foglio letterario in Italia, il miglior libro di Felix Luis Viera in campo poetico. Traduzione di Gordiano Lupi.

Queste tre poesie che traduciamo e riproduciamo per il lettore italiano sono le sole che Felix Luis Viera (Santa Clara, Cuba, 18 agosto 1945) seleziona dalla sua opera prima Una melodía sin ton ni son bajo la lluvia - Una melodia senza tono né suono sotto la pioggia (Premio David di Poesia UNEAC, 1976 - Ediciones Unión, Cuba). Il libro è stato pubblicato a Cuba quando Viera aveva 31 anni, la tematica di molte liriche è filo rivoluzionaria. Per questo motivo l’autore - in esilio in Messico da molti anni -, compiendo una ricostruzione della sua opera poetica, desidera dissociarsene. (Gordiano Lupi)


Mi coronel

Mi coronel siempre fue bravo

en la pelea.

Cabalgaba cerca de las nubes

desflecado y aguerrido.

Con cien heridas mortales diarias

mi enorme, mi guapo coronel,

no daba tregua ni reposo

y para él todos eran enemigos.

Mi coronel fue invicto

nadie calcula en cuántos lances.



Hasta que una tarde inexplicable

halló su vencedor

y con la mirada humedecida

lo miré partir para siempre

más allá de mis ojos y mis manos.



A bolina se fue mi coronel

y todavía sostengo su pita entre mis

dedos.



marzo de 1969




Il mio colonnello


Il mio colonnello sempre fu audace

in battaglia.

Cavalcava a un passo dalle nubi

distrutto e agguerrito.

Con cento ferite mortali quotidiane,

il mio immenso, il mio stupendo colonnello,

non concedeva tregua né riposo

e per lui tutti erano nemici.

Il mio colonnello uscì vincitore

da una serie incalcolabile di scontri.



Fino a quando una sera inspiegabile

incontrò il suo vincitore

e con sguardo languido

lo vidi partire per sempre

oltre i miei occhi e le mie mani.



Nel vento volò via il mio colonnello

e ancora trattengo il suo ricordo tra le mie

dita.



marzo del 1969

Inmortalidad


A Luis, a sus dos años


Vienes de mis raíces

rápido como un golpe del amor.

Preguntas sobre algo

que está por descubrir.

Matas de un solo y verdadero

golpe de tu espada

a cien enemigos nuestros de cada día.



Pero una vez, espada y papalote,

serán, como los míos,

ceniza dolorosa entre tus ojos.



Entonces amarás intensamente como todos

a alguna muchacha una tarde de lluvia,

apresarás sus cabellos desesperados

entre el viento gris de las ventanas.

Entonces te explicarás algunas dudas

y otras crecerán como la yerba de junio

(el amor como siempre).



Entonces golpearás

el filo duro y jugoso de la vida,

y otro, como tú, aleará besando

tus rodillas. Y el hombre

seguirá su canto triunfal

sobre la tierra.


septiembre de 1969


Immortalità


A Luis, per il suo secondo compleanno


Provieni dalle mie radici,

rapido come un guizzo d’amore.

T’informi su cose

che stai per scoprire.

Uccidi con un solo e vero

colpo della tua spada

cento nemici nostri d’ogni giorno.



Ma una volta, spada e aquilone,

saranno, come i miei,

cenere dolorosa tra i tuoi occhi.



Allora amerai intensamente come tutti

una ragazza qualsiasi in una sera di pioggia,

catturerai i suoi capelli disperati

tra il vento triste delle finestre.

Allora ti chiarirai diversi dubbi,

ma altri cresceranno come erba di giugno

(l’amore come sempre).



Allora colpirai

il bordo duro e concreto della vita,

e un altro, come te, si unirà baciando

le tue ginocchia. E l’uomo

proseguirà il suo canto trionfale

sulla terra.



Settembre del 1969


Ley



A mi limonero lo he visto crecer

orgulloso en el traspatio anémico.

Esplendorosamente verde mi limonero

enciende la ventana como un desafío.

Trabajo me costó la semilla

germinando,

el cuido contra el viento y las hormigas.

Y encima de todo paciencia.

Y encima de todo esperanza.



Pero ahora es una justa realidad

para los ojos y el olfato.



Con todo esto no quiero insinuar,

hijos de perra,

mi tremendo dolor llegado el caso,

pues sepan que si me rompen ese árbol,

ahora mismo en este instante

miles de manos andan sembrando miles

de limoneros.



Eso me reconforta,

me despreocupa por completo.



noviembre de 1971


Legge



Ho visto crescere il mio limone

orgoglioso nel cortile anemico.

Splendidamente verde il mio limone

illumina la finestra come una sfida.

Fatica mi costò il seme

germogliando,

la cura contro il vento e le formiche.

E soprattutto pazienza.

E soprattutto speranza.



Ma adesso è una giusta realtà

per gli occhi e l’olfatto.



Con tutto questo non voglio alludere,

figli di cagna,

al mio tremendo dolore se dovesse accadere,

sappiate che se mi abbattete quell’albero,

proprio adesso, in questo istante,

migliaia di mani semiranno migliaia

di limoni.



Tutto ciò mi conforta,

mi toglie ogni preoccupazione.



novembre del 1971

Felix Luis Viera ha pubblicato in Italia: Il lavoro vi farà uomini (L'ancora del Mediterraneo), La patria è un'arancia (Il Foglio Letterario).

mercoledì 5 giugno 2013

Vent’anni dopo: dal dollaro a Internet

di Yoani Sánchez


Nel 1993 Fidel Castro fu messo alle corde dalla crisi economica e accettò la circolazione del dollaro nel territorio cubano. Fino a quel momento, possedere valuta straniera poteva costare diversi anni di carcere. “La moneta del nemico” entrò per restare, anche se anni dopo sarebbe stata rimpiazzata da un surrogato chiamato peso convertibile. Tra gli elementi più interessanti del decreto che metteva in vigore il doppio sistema monetario, si potevano leggere i motivi della sua ammissione. Nella Gazzetta Ufficiale si riconosceva: “questa misura contribuisce positivamente a diminuire il numero dei fatti sanzionabili, semplificando il compito della polizia e dei tribunali”. In pratica, per ridurre il lavoro a poliziotti e giudici si consentiva il possesso dei dollari. La data prescelta per l’entrata in vigore della nuova normativa era il 13 agosto, giorno del compleanno del Leader Maximo.

Sono passati vent’anni da quel momento e ancora la società cubana continua a vivere in piena schizofrenia monetaria. Fidel Castro non occupa più la carica di presidente, ma sembra che anche al fratello piaccia far coincidere i cambiamenti legali con il calendario familiare. Il 3 giugno ha festeggiato i suoi 82 anni di vita e al tempo stesso ha posto fine a una strategia di controllo eccessivo sull’accesso a Internet. Poche ore dopo la fine di quella fatidica giornata hanno aperto i battenti le 118 sale di navigazione dotate di connessione pubblica al web. Un regalo di compleanno piuttosto amaro per il Generale che aveva cercato di ritardare con ogni mezzo l’accesso dei cubani a Internet. Molto probabilmente questo piccolo passo verso l’apertura informatica seguirà lo stesso destino della depenalizzazione del dollaro: non si farà marcia indietro.

Dalla mattina di questo martedì hanno cominciato a funzionare i nuovi locali pubblici con servizio Internet e Intranet. Al costo di 4,50 pesos convertibili (CUC), circa 3,50 euro, l’utente può contare su un’ora di acceso al cyberspazio. È possibile optare per una navigazione su Intranet nazionale al prezzo di 0,60 CUC, oppure utilizzare solo la posta elettronica “.cu” (cubana, ndt) al costo orario di 1,50 CUC. Sono state fatte diverse prove e non è stata individuata - per il momento - nessuna pagina censurata per motivi politici. La velocità minima di connessione è di 512 Kbps, la schermata che dà il benvenuto all’utente - non appena si accende il computer - porta il nome di Nauta, anche se i programmi e l’intero funzionamento si basano su Microsoft Windows.

Nella prima giornata di apertura erano accessibili dai nuovi locali di Internet portali come El Nuevo Herald (http://elnuevoherald.com/), siti contenenti notizie tipo Diario de Cuba (http://diariodecuba.com/) e diversi blog critici nei confronti del governo, scritti dall’interno dell’Isola. Il costo elevato del servizio, in un paese dove il salario medio mensile si aggira attorno ai 17 euro, sembra il limite fondamentale. Tutto ciò contraddice il viceministro delle comunicazioni che recentemente aveva dichiarato: “Nel nostro paese non sarà il mercato a regolare l’accesso alle conoscenze”. Ora come ora, chi possiede la moneta forte - autorizzata a circolare dal vecchio presidente - potrà frequentare reti sociali, siti con offerte di lavoro e borse di studio, sfruttando tutte le possibili occasioni per tentare di emigrare.

Curiosamente entrambe le misure: la depenalizzazione del dollaro e questa timida apertura a Internet, sono state frutto più della pressione che del desiderio di apertura da parte del governo. Consentire che i cubani potessero possedere moneta convertibile, fu una decisione presa di fronte all’evidenza che nel mercato informale i cosiddetti “biglietti verdi” circolavano con sempre maggior forza alla fine degli anni Ottanta e all’inizio dei Novanta. Identica situazione si verifica adesso con l’informazione che proviene dalla grande ragnatela mondiale. Le connessioni pirata al web da una parte e il progresso delle reti clandestine di distribuzione di audiovisivi dall’altro, confermano quanto sia inutile cercare di recintare il campo dei kilobytes.

I primi utenti che questa mattina hanno provato le sale di navigazione si sono sorpresi di fronte alla velocità di connessione ma hanno criticato i costi eccessivi del servizio. Diversi giornalisti ufficiali si aggiravano intorno ai tavoli di un locale centrale del quartiere Vedado cercando di catturare l’istantanea degli avaneri mentre si gettavano in massa sulle tastiere. Non è accaduto, certo. Si sono visti pochi e cauti clienti intenti a verificare i limiti del nuovo servizio. Ogni utente doveva esibire il documento d’identità e firmare un contratto prima di sedere davanti allo schermo del computer. L’atto privato precisa che il servizio non deve essere usato per “azioni che possano considerasi (…) dannose o pregiudizievoli per la sicurezza pubblica”. Una spada di Damocle che potrebbe essere interpretata anche secondo considerazioni politiche e ideologiche.

Di compleanno in compleanno, così vanno i cambiamenti a Cuba. Vent’anni fa toccò al dollaro… oggi a Internet.

Traduzione di Gordiano Lupi

Internet libero a Cuba


Omar Santana stigmatizza il fatto che Internet è libero in alcuni posti pubblici Etecsa, ma a prezzi molto alti per un cubano medio.


Aprono nuove sale Internet a Cuba. Un progresso, senza dubbio, anche se resta da superare il problema di tariffe altissime, alla portata di chi guadagna pesos convertibili, non certo dei pensionati o dei poveri lavoratori statali. Ieri hanno fatto il loro debutto in tutta Cuba e sono state accolte con un certo entusiasmo da parte di molti abitanti dell'Isola che hanno sfruttato la possibilità di collegarsi con i familiari all'estero, scaricare musica, foto, notizie, riviste e di accedere a ogni tipo di pagina. La grande novità è proprio che non ci sono siti censurati: El Pais, El Nuevo Herald, El Miami Herald, giornali anticastristi, riviste cubane della diaspora sono regolarmente consultabili. Persino i social network come Facebook, Youtube e Twitter non presentano restrizioni. Il servizio è gestito dall'impresa telefonica statale Etecsa e ha sede nell'emblematico edificio Focsa dell'Avana, può contare su 9 computer e le connessioni sono ad alta velocità (due mega), cosa insolita per Cuba. Fino a oggi esistevano solo lente connessioni negli hotel e pochi Internet Point che offrivano un servizio inadeguato con tariffe variabili dai 7 ai 10 dollari per ora di connessione. Adesso si paga meno se si usa solo la posta elettronica cubana (1,50 dollari per un'ora) e se si visita solo l'Intranet cubano (60 centesimi). Certo, navigare per i siti internazionali costa moltissimo, circa 4 dollari per un'ora, un quinto dello stipendio medio mensile di un impiegato statale. In ogni caso è un passo avanti. Sono aperte sale Internet a Holguín (oriente) e Cienfuegos (centro-sur), dove lunghe code di persone hanno atteso l'inizio del servizio. Yoani Sánchez ha invitato i cubani a usare la novità: "Nonostante i prezzi alti, i caratteri piccoli scritti nel contratto e l'impossibilità di avere una connessione casalinga, dobbiamo approfittare delle prime crepe che faranno cadere il muro". Le connessioni domestiche sono previste a Cuba solo per "uso sociale" e vengono garantite a medici, giornalisti, scienziati e artisti di chiara fama e comprovata fede politica. In ogni caso, il viceministro delle Comunicazioni, Wilfredo González, ha detto: "Presto i cubani potranno avere connessioni Internet casalinghe. Dobbiamo solo attendere che le condizioni economiche lo permettano". Per i dissidenti non è ancora abbastanza, ma dobbiamo considerare che in molti paesi soggiogati da governi dittatoriali la novità cubana è una pura utopia.

Che qualcosa stia cambiando?

Tra le altre notizie di un certo rilievo che provengono da Cuba, registriamo gli 82 anni di Raul Castro, e il trasferimento a Cienfuegos del parroco Padre José Conrado - che conosco personalmente - una vera luce cattolica, un faro illuminato nelle tenebre del cambiamento.

Gordiano Lupi

martedì 4 giugno 2013

Ricordate Ricardo Alarcon?


Garrincha con la sua vignetta odierna ci fa tornare a mente la discussione intercorsa tra Ricardo Alarcon (al tempo Presidente del Parlamento cubano) ed Eliecer Avila (studente e giovane comunista), un po' di tempo fa, all'Università dell'Avana. In tale occasione, il giovane Eliecer, non ancora dissidente, chiese: "Perchè i cubani non sono liberi di viaggiare?". Alarcon, sorpreso, rispose: "Vi immaginate se al mondo tutti viaggiassero? Quanti incidenti accadrebbero nei cieli, così congestionati. Io non ho mai viaggiato. Non sono stato neppure a Varadero, da giovane".
Traduciamo la vignetta, che ha bisogno di questo preambolo, per essere capita da un lettore comune.

Quel che dicono le previsioni del tempo:
- Vediamo una zona coperta da una certa nuvolosità...
Quello che sente Ricardo Alarcon:
- Vediamo un gran numero di aerei che si scontrano tra loro... Pim! Pam! Scrash! Poing!

Gordiano Lupi

mercoledì 29 maggio 2013

Appunti su Virgilio Piñera - 2


Seconda e ultima puntata

I romanzi di Piñera

La carne di René raccoglie molti temi tipici di Piñera. René è il figlio di Ramón, leader di una cospirazione mondiale che vorrebbe sconfiggere il capo in carica di un imprecisato paese. La causa per cui i seguaci di Ramón si battono è il diritto di bere e mangiare cioccolato. René si trova - suo malgrado - a dover continuare la lotta di suo padre, per farlo deve dedicarsi al culto della sua carne, ma, paradossalmente, per questo motivo deve infliggere al corpo indicibili torture, deve allenarlo all’arte della sofferenza. René rifiuta il ruolo assegnato, non vuole soffrire in silenzio, si ribella a una lotta per una causa in cui non crede e che considera irrazionale. Vero e proprio anti - leader della causa della carne (o del cioccolato, che poi è lo stesso), detesta tutto ciò che è in relazione con il corpo, persino un possibile contatto sessuale con la signora Perez, la vicina che trova la carne di René (un ragazzo di 26 anni) molto appetitosa. René combatte le idee del padre e desidera conservare intatta la sua carne. A un certo punto Ramón viene assassinato per motivi politici e René deve prendere il suo posto. In un primo tempo si nasconde per evitare di assumere le responsabilità che ha ereditato, ma poi accetta il ruolo e il lettore si rende contro che la vita di René sarà dedicata al costante martirio del suo corpo, sino al momento del sacrificio finale. Il romanzo ci ricorda, nella maniera in cui tratta l’assurdo, Il processo di Kafka. L’assurdo di Piñera, come in altre opere, è di una logica sconcertante, pur restando assurdo. Una volta che la finzione è convenientemente stabilita dal narratore, quest’ultimo conduce il lettore alla scoperta di un mondo che è la realtà filtrata attraverso l’irrealtà inventata. La carne di René presenta una chiara allegoria: le persecuzioni di cui soffre il protagonista e che lo distraggono dalla volontà di fare una vita comune - vorrebbe essere normale, ricevere un’educazione, trovare un lavoro… - sono come incidenti inattesi nel corso di un’esistenza intrisi di conseguenze distruttive. Piñera sembra dire che la vita è una valle di lacrime e chi cerca di fuggire dai dolori dovrà pagare con la sua stessa carne. Secondo Piñera, il culto della carne si oppone alla libertà dello spirito umano, che non ha alcuna possibilità di salvezza, mentre la carne governa il mondo. L’uomo può solo abituare il corpo all’ultima rinuncia, alla distruzione definitiva, il cui proposito è quello di compiacere un Dio assurdo come il pezzo di cioccolato per cui combattono i personaggi del romanzo.
In Pequeñas maniobras, il protagonista si nasconde non da un gruppo o partito politico, ma dai suoi stessi amici che pretenderebbero da lui una vita più attiva. Per sfuggire ai persecutori, il protagonista cambia continuamente casa e lavoro. Ogni occupazione è più umiliante della precedente. Finisce per guadagnarsi da vivere impiegandosi in una società di spiritisti. Presiones y diamantes presenta una società dove i beni materiali perdono valore, mentre cospirazioni segrete organizzate da un governo misterioso cominciano a dirigere la vita di tutti, eccetto quella del ribelle protagonista. In questo clima di repressione - o meglio di pressioni imposte da un oppressore - le persone smettono di parlare tra loro e arrivano a nascondersi per evitare gli altri. Il desiderio di isolarsi è tale che molti cominciano a sottomettersi a un nuovo sistema temporale di congelamento: la morte in vita che permette di liberarsi dalle “pressioni” senza dover ricorrere al suicidio. Alla fine tutti gli abitanti della città scompaiono senza che gli scienziati di altri paesi riescano a scoprire che cosa sia accaduto. Come nei due romanzi precedenti, l’uomo è invariabilmente perseguitato da forze di cui ignora l’origine, ma che in ogni caso finiscono per dominare la sua vita. Il protagonista inizialmente non si lascia intimidire, ma alla fine cade in trappola, perché tutti quelli che lo circondano fanno parte di una cospirazione che finisce per coinvolgerlo, qualunque cosa faccia, ovunque si nasconda. Il protagonista non può lottare da solo contro il resto del mondo: il suo destino è quello di soccombere, come tutti.

La narrativa breve

I racconti di Piñera seguono la stessa direzione dei tre romanzi: il comune denominatore è un marcato scetticismo che prende la forma di una perversa ingenuità e di una sorridente ironia. Le esagerazioni macabre impressionano il lettore più per il lato ridicolo che per l’aspetto orrorifico. I racconti di Piñera, come tema di fondo, ricordano gli scheletri giocherelloni del pittore messicano José Guadalupe Posada. Gli elementi di narrativa dell’assurdo che caratterizzano i romanzi sono presenti anche nella narrativa breve e pure qui - una volta che si è stabilita la situazione surreale - il lettore viene preso per mano e condotto verso la speculazione metafisica. Il tono che prevale - come accade in molte opere di Ionesco e Beckett - è quello di un’ineluttabile fatalità. La morte come fenomeno, o l’esistenza di una vita ultraterrena, sono trattati da Piñera in modo singolare.
Nel racconto En el insomnio, un uomo che non può dormire, dopo aver provato ogni rimedio possibile, finisce per farsi saltare il cervello sparandosi con un colpo di revolver. Piñera conclude che l’uomo è morto ma che non è riuscito ad addormentarsi e che l’insonnia - interpretabile come metafora della sofferenza umana - è davvero persistente. El infierno rivela la rara qualità dello scrittore di non ambire a un modus vivendi più prospero. Piñera vuol dimostrare che l’uomo è un essere capace di adattarsi alle sofferenze più grandi e persino al dolore fisico. Dopo una lunga permanenza all’inferno (il racconto è narrato da un io collettivo mediante l’uso della prima persona plurale) arriva il giorno in cui ci viene concesso di lasciarlo, ma finiamo per rifiutare l’offerta perché non è possibile abbandonare una “piacevole abitudine”. Il racconto rivela l’idea che Piñera ha dell’eternità, non come possibile Paradiso, ma come inevitabile Inferno. Molti racconti abbondano di “umorismo nero” a base di mutilazioni, occhi strappati, lingue tagliate e membra divelte. Basti citare, tra i tanti: Las partes, La carne, La caída, El cambio, Como viví y como morí (la storia di un uomo che teme i contatti con il resto del mondo e finisce per rinchiudersi in una stanza piena di scarafaggi, embrione del romanzo Pequeñas maniobras). Il racconto ricorda La metamorfosi di Kafka, perché alla fine, quando le autorità irrompono nella stanza, trovano un gigantesco scarafaggio, “lo scarafaggio più grande sulla faccia della terra”. La circostanza sociale, l’impossibilità di guadagnarsi la vita come scrittore indipendente (da politica e mercantilismo), senza dubbio, sono elementi imprescindibili dell’arte di Piñera. L’artista, lo scrittore disposto a lavorare in mezzo a una manifesta indigenza intellettuale e spirituale, finirà per sentirsi “scarafaggio”, come il personaggio del racconto. La visione dell’autore, pessimista, disincantata, che mostra dietro ogni cosa, ogni gesto, ogni istituzione, il vuoto, deve molto a quella società indifferente ed edonista in cui si è formato, come a una certa naturale tendenza a prendere le distanze, a mettere le cose al loro posto, ad analizzare e ad auto analizzarsi.

Il teatro di Piñera

La produzione drammatica di Piñera è il tipico “teatro dell’assurdo”, a parte la già citata Electra Garrigó e, fino a un certo punto, Aire frío. Dobbiamo subito sgombrare il campo da un possibile errore di interpretazione: Piñera non è un imitatore. Prendiamo Jesús, opera magistrale in cui l’autore si mostra come un talentuoso drammaturgo, indipendente da scuole letterarie e da precise influenze. La pièce è scritta molti anni prima che a Cuba si conosca Ionesco, così come Falsa alarma. Quando Piñera conosce Ionesco - il suo doppio europeo - apprezza le similitudini di stile, ma non può fare a meno di seguire i suoi passi.
Vediamo in rapida sintesi alcune opere teatrali di Piñera.
Jesús racconta le vicissitudini di un barbiere, figlio di María e José, scambiato per un nuovo Messia capace di compiere miracoli. Jesús cerca di chiarire la sua posizione, assume il ruolo di anti - Messia, imita il vero Jesús, lo mette in ridicolo cambiando burlescamente frasi evangeliche o fatti narrati nelle Sacre Scritture. Alcuni esempi. Invece di resuscitare Lazzaro, Jesús vede un cane morto e subito dopo afferma: “Questo cane è morto, e morto resterà!”. Quando qualcuno gli dà uno schiaffo, non porge l’altra guancia come Cristo, ma restituisce il ceffone. Durante una simbolica “ultima cena”, prima di essere assassinato, Jesús brinda alla “morte eterna”.
Falsa alarma presenta un omicida, un giudice e la vedova dell’uomo che è stato assassinato. L’assurda conversazione tra il giudice e la vedova occupa quasi tutta la pièce. Alla fine i due se ne vanno e il criminale resta in scena, in sospeso, con il peso sulla coscienza di dover decidere da solo sulla propria colpevolezza. Il sipario cala mentre l’assassino, condotto alla follia per la scomparsa degli altri due personaggi, balla sulle note del Danubio Blu.
La boda è la storia di una coppia prossima al matrimonio che rompe la promessa quando la ragazza sente il fidanzato confidare a un amico che lei ha i seni cadenti. La pièce è una divertente e giocosa ricostruzione dei fatti. Va da sé che il difetto di Flora (la donna) dà vita ai dialoghi più paradossali.
El flaco y el gordo si svolge in un stanza di ospedale, dove un magro (flaco), povero e oppresso da un ricco grasso (gordo), per vendicarsi delle torture alle quali quest’ultimo lo sottomette, se lo mangia e così facendo si trasforma in un nuovo grasso. Il magro diventato grasso prende posto nel letto del grasso appena divorato. Il letto vuoto dell’ex magro, intanto, è occupato da un nuovo magro. Il ciclo ricomincia.
El filantropo analizza ancora una volta il tema del potente che opprime il debole. Coco, il protagonista, un consumato misantropo, si diverte ad assumere gente che svolga i compiti più degradanti: scrivere centinaia di volte frasi senza senso, mettersi a quattro zampe e abbaiare come cani.
Aire frío è la pièce più razionale di Piñera. Vediamo la famiglia Romaguera - padre, madre, figlia e due figli - in diversi periodi della storia cubana contemporanea. Il desiderio di Luz Marina, la figlia, di possedere un ventilatore elettrico è il leitmotiv che concatena le diverse scene. La famiglia non supera mai la crisi economica. Oscar, proprio come Piñera, emigra in Argentina. Alla fine Enrique, il fratello maggiore, che gode di un certo benessere, regala alla famiglia un ventilatore usato. L’aria fredda (aire frío) simboleggia le cose alle quali i Romaguera non possono assolutamente aspirare. Nel soffocante calore tropicale, ottengono solo l’aria tiepida che adesso circola nella stanza grazie a un ventilatore usato ottenuto per un atto di carità.
Estudio en blanco y negro è un breve dialogo che vede protagonisti due uomini che discutono in un parco, indicando la loro preferenza sul colore bianco o nero. Una giovane coppia, che si trova vicino, viene coinvolta nella discussione e giunge al punto di rompere il fidanzamento. Finalmente entra in scena un personaggio insolito - come tutti gli altri - che grida la parola giallo. L’assurdo è il tema dominante: bianco, nero o giallo sono, per loro natura, identici alla causa del cioccolato (La carne di René) per la quale lottano e si uccidono gli uomini.

Una scatola da scarpe vuota

Una caja de zapatos vacía è un gioco drammatico che rappresenta un rituale in tre parti: la tortura, l’interrogatorio e l’immolazione. Nel primo atto, Carlos prende a pedate un’insignificante e indifesa scatola da scarpe vuota, dopo interroga Berta, perché non può interpellare una scatola inanimata, infine distrugge la scatola come se stesse compiendo un’esecuzione. Il gioco non è un mero passatempo, ma il modo di addestrarsi nei meccanismi della crudeltà che a Carlos, nel secondo atto (dove incarna la scatola di cartone), toccherà subire. Perché Carlos, prima torturatore, inquisitore, capo tirannico ed esecutore della scatola, si trasformerà nella vittima che nel secondo atto dovrà sopportare le pedate di un nuovo capo, Angelito, personificazione del tiranno oppressore. I personaggi che ne El flaco y el gordo sono meri simboli del debole politicamente oppresso che si ribella al despota per poi prenderne il posto, si presentano in modo più realistico. Il secondo atto fa parte dell’artificio, fin quasi al finale della pièce, quando le risorse che hanno guidato i personaggi per controllare le regole del gioco, cominciano a mancare e gli stessi sembrano cadere in mano di forze soprannaturali che decidono il destino. Le pedate e le vessazioni di cui Carlos è oggetto si propongono di abituarlo alle sofferenze e alle torture che prima o poi arriveranno nella società dispotica in cui vive. A ben vedere, come in tutta l’opera di Piñera, tra morti, mutilazioni, sofferenze e ostracismo, quel che davvero conta è l’insistente riaffermazione della propria vita. Qui, come in Dos viejos pánicos, i giochi che hanno per tema la morte si prefiggono solo di scacciarla, ridurla a una circostanza casuale che non dovrà spaventare quando arriverà il momento. Virgilio Piñera passa in rassegna tutte le possibilità dolorose nella mente dei suoi personaggi affinché la sofferenza di vivere e la fine della vita, ormai esperimentate molte volte, non finiscano per sorprendere. Il finale di Una scatola da scarpe vuota è molto diverso rispetto a quello di altre opere di Piñera. Nella pièce, il coro, che obbedisce sempre al più forte, al capo, con un imprevedibile cambio di prospettiva, ignora i comandi di Angelito e acclama Carlos, che, dopo essere morto simbolicamente per mano del primo, rinasce tra le gambe di Berta. Carlos, alla fine, sventola una camicia rossa, simbolo del trionfo dei deboli sui forti. In ogni caso guadagna la libertà (o il potere) ma non vince la codardia.
Il lettore, o lo spettatore, distratto, che non faccia attenzione agli abbondanti commenti filosofico - morali del secondo atto, non capirà fino in fondo il motivo per cui gli dei (rappresentati dal coro) prendano posizione e favoriscano Carlos, anche se non è riuscito a vincere la paura che lo domina. La pièce sembra avere un finale arbitrario, ingiustificato, ma per comprendere l’epilogo dobbiamo considerare che la rinascita di Carlos, il suo impegno per imporsi e vincere la morte, è un glorioso atto di follia.

Angelito: Adesso più che morto è pazzo. Dovremo spedirlo all’ospedale dei dementi dell’inferno.

Berta: Se è pazzo può fare qualcosa. Solo impazzendo si possono fare grandi cose.

Solo così l’esorcismo funziona. Ormai in preda alla follia, l’uomo si getta senza timore nella battaglia per la libertà. Certo, può essere sconfitto, ma almeno ha una possibilità di vittoria, che non lottando, non avrebbe. Carlos, come el flaco de El flaco y el gordo, lotta per raggiungere una vita migliore, e in un attacco di follia si ribella e trionfa. Il trionfo è la sola cosa che conta, non il modo in cui si ottiene. Una nota positiva che giunge a conclusione di un corpus teatrale importante redatto da Piñera.
Diciamo, en passant, che Dos viejos pánicos, Estudio en blanco y negro e Una caja de zapatos vacía, tutte scritte dopo il trionfo della Rivoluzione Cubana, portano avanti la poetica del teatro dell’assurdo. La Rivoluzione non cambia gli argomenti fondamentali di Piñera, né il senso profondo della sua opera. Va da sé che il suo messaggio non può avere interesse per il nuovo regime cubano, per le sue implicazioni politiche e perché gli obiettivi centrali dello scrittore non sono finalizzati a demonizzare la vecchia realtà dell’Isola, né a propugnare la redenzione dell’uomo, secondo le richieste di Fidel Castro agli scrittori cubani nelle Parole agli intellettuali del 1961. L’opera di Piñera per molti anni viene studiata più fuori di Cuba che all’interno dell’Isola. In ogni caso molti narratori e drammaturghi sono influenzati dalla produzione di Virgilio, al punto che la sua opera crea una vera e propria scuola che i giovani scrittori cubani continuano a seguire. Nel centenario della nascita (1912 - 2012), Cuba proclama l’anno piñerano, caratterizzato da ristampe, recuperi, studi critici, approfondimenti, convegni e rappresentazioni di opere teatrali mai messe in scena. Encomiabile, non c’è che dire, anche se pare evidente il tentativo maldestro di appropriarsi post mortem di uno scrittore scomodo che in vita non si adatta a vestire i panni del poeta cortigiano. La regola tracciata dalla frase di Fidel - Dentro de la Revolución todo; contra la Revolución nada - non fa per lui. Gli scrittori servono alle dittature solo quando possono manipolarne il pensiero.

Gordiano Lupi